sabato 28 novembre 2015

FRAMMENTI DI LEZIONE SU YOUTUBE



Per i più curiosi, ho caricato una playlist di alcuni spezzoni di lezioni su youtube. Buona visione



https://www.youtube.com/playlist?list=PLUn0Bgo4IJIThJjTrPrcsAEz_A7oJkla6

mercoledì 24 settembre 2014

Quando migliorare significa rischiare




E' inevitabile che, prima o poi, quando la ricerca assume una certa profondità e tocca tutte le dimensioni (interiori ed esteriori) del praticante, si arriva ad un muro.
Cosa significa migliorare, soprattutto quando il consolidamento tecnico è a buon punto, e le informazioni ricevute dall'esterno non sono più il centro su cui ruota il proprio "progresso"?
Tecnicamente vi sono molti esecutori, visivamente eleganti, fluidi, perfetti e puliti. Tuttavia manca ancora qualcosa.






Forse quell'apparente perfezione è determinata da punti forti ormai consolidati e autodefiniti, ad esempio come "il mio stile, la mia tecnica, il mio modo di muovermi, la mia scuola" ....
Il muro è proprio questo, cioè le proprie qualità. Esse rappresentano l'ultimo scoglio da superare, il più difficile. Qualcuno giustamente diceva che è più facile liberarsi delle cattive abitudine, che di quelle buone.
Se per esempio un praticante che cerca se stesso ha maturato una buona capacità nell'essere "di impatto", facendosi forte della sua fisicità e del suo piazzamento ... per essere completo deve ricercare la qualità opposta. Se un insegnante si fa forte della sua capacità di parlare per farsi capire durante le spiegazioni, potrebbe provare a tenere delle lezioni mute. 




Se qualcuno è bravo nella velocità, potrebbe sperimentare la lentezza. Se si è troppo seri, allora si può provare a ridere e sorridere di più. In un certo senso la struttura che definiamo solida, è proprio quella che deve essere abbattuta per non avere più una forma. Questo vale per le tecniche, l'atteggiamento, la postura, la camminata, lo sguardo, l'atteggiamento ... insomma tutto.
Ma, ovviamente, è necessaria una grandissima capacità di auto osservazione, onestà, coraggio, e voglia di sperimentare. 

mercoledì 5 marzo 2014

Ma che vuol dire "usare la forza dell'altro"?



Per quanto la frase "usare la forza dell'altro" può apparire banale, è esattamente ciò che dovrebbe accadere. 
L'energia dell'uke deve essere incanalata da tori, e restituita con una intensità uguale o quantomeno simile. Questo prevede che tori abbia raggiunto un livello di sensibilità tale da diventare un semplice conduttore, un tramite. Quando l'ego di tori è annullato, in modo che questo non presenti resistenze mentali, quindi emotive e fisiche, allora il passaggio può avvenire. 





Non trovo altro significato al termine di "ki", ovvero la capacità di non stancarsi mai perché, in effetti, dovrebbe accadere questo: tori fa solo ciò che va fatto, e non può sbagliare perché in quanto ego è annullato, mentre uke si diverte a dare e ricevere energia. Il corpo è libero di esprimersi, perché la mente non è più protagonista. Si crea un circuito a spirale che permette di non stancarsi e di divertirsi.
 

mercoledì 23 ottobre 2013

E poi dici ... basta

Due anni fa è stato un periodo per me molto intenso dal punto di vista aikidoistico. Avevo un buon numero di allievi, che avevano fatto gruppo vedendosi anche al di fuori delle ore di allenamento. Scrissi il libro "Aikido libero e consapevole" approfittando del mio rinnovato entusiasmo e delle novità tecniche che mi portarono ad una maturazione. Ricordo che sperimentavo un certo interesse nei riguardi dei video, avevo voglia di fare tante riprese e pubblicarle, e far conoscere al "mondo" dell'aikido che io esistevo, e che avevo molto da dire.




Ma c'era anche un'altra cosa, che prima ignoravo, cioè che non ero in pace con me stesso. Sai perché? Ero diventato dipendente. Ero troppo preso, troppo coinvolto dalla pratica, troppo preoccupato da cosa mi circondava. Ero attento a tutto, ma ancora non del tutto a me stesso. Sembra paradossale, ma quando diventi ubriaco di aikido, quando ne senti il bisogno, non sei ancora diventato l'aikido. So che verrò frainteso, ma non importa, dovevo sbilanciarmi. Si sta assistendo ormai sempre più a questa "rivoluzione" dell'aikido nel web, seguita da locandine, forum, botta e risposta, stage innumerevoli, ecc. Tutto molto bello, ma che ormai a me non fa più presa. Non dico che sia "giusto" o "sbagliato", ma, personalmente, lo trovo ormai poco interessante.





Perché? non lo so. Ho perso entusiasmo? Non credo, sono convinto come non mai, che ora sto veramente vivendo l'aikido. Il corso va "male", gli allievi sono diminuiti per cause varie, eppure non mi sento giù per questo. L'estate scorsa è stata l'unica in cui non ho praticato, eppure non sentivo il bisogno di farlo. Mi sento "pieno" di aikido, sereno, centrato, come se la ricerca e il bisogno di considerazione sono venuti meno. Mi sento libero dall'aikido stesso, e questo mi permette di accedere alla vera armonia dentro di me. Credo ci sia un tempo per tutto. Il mio tempo di protesta è finito, perché devo riconoscere ora che tutte le volte che scrivevo un post, filmavo un video articolo o commentavo qualcosa, c'era dentro di me del negativo.




Non importa se avevo ragione, dovevo far capire a tutti i costi ciò che volevo dire. Questo per me non è più aikido. Non è aikido non riuscire a non praticarlo, c'è una grande differenza tra il farlo  e l'esserlo. Non è aikido non riuscire a resistere all'impulso di rispondere e commentare, criticare qualcosa o qualcuno, di far notare gli errori degli altri, di scrivere tanto, tanto, e ancora tanto ... Ovviamente è un mio parere personale, libero di sbagliarmi. Ma, dal mio canto, non capisco perché tanta enfasi, tanto interesse negli aspetti che considero esteriori a ciò che conta davvero.





O meglio lo capisco, ma credo che ci sia un periodo per tutto. Dovrebbe arrivare un momento in cui si mette punto, si dice basta a tante cose. Come il cercare necessariamente di seguire qualcuno o qualche stile, criticando magari quello precedente. Smettere di cercare approvazione, e distogliersi nell'essere a tutti i costi comprensibili e vincenti in una discussione.
 L'ispirazione trabocca, e il bisogno di negativo viene meno.





domenica 20 ottobre 2013

Il "ruolo" dell'uke



Il mio modo di approcciarmi alla pratica non è mai fisso. Questo non accade per semplice gusto del nuovo o forzatamente originale, ma perché non potrei altrimenti. Prendiamo il tanto discusso ruolo di uke. Intanto apro una parentesi, che ha a che fare proprio con la parola "discusso". Perché discutere tanto? Perché scrivere tanto? Che ognuno cerchi la propria risposta sincera ... comunque ...
L'uke non ha un ruolo fisso, tecnicamente parlando. Non esistono delle costanti, perché queste sono dovute ad un continuo sforzarsi di adagiare la mente lineare. Il ruolo di uke dovrebbe cambiare in base all'obiettivo che ci si pone all'interno della singola lezione, o del singolo gesto. Punto.





Semmai occorre chiarezza nell'individuare ciò che si vuole. Se proprio dovessi esprimere a parole cosa rappresenta, per me, il ruolo di Uke, direi quello di aiutare Tori. Sembra banale vero? Eppure mi riesce difficile far entrare nella testa dei miei allievi, anzi nelle ossa e nei muscoli, che l'ottica con cui bisogna allenarsi è quella della purezza di spirito, senza visualizzare davanti a sé un probabile nemico futuro che potrebbe prendere vita per strada mentre andiamo a fare la spesa.




E' la paura dell'altro o la paura di sbagliare che non permette di liberare il corpo, quindi non basta un lavoro unicamente indirizzato verso un miglioramento del gesto tecnico.Vi è una chiara frattura tra mente e corpo: consciamente la gente dice "sisi  è vero", ma il loro corpo si rifiuta di abbandonarsi, e non è solo una questione tecnica. Manca la consapevolezza di sé, manca la conoscenza inconscia di che cosa si è veramente, e mi rendo conto, solo ora, di quanto dev'essere stato difficile per il fondatore comunicare. Dunque, perché l'uke dovrebbe creare dei problemi al tori? Perché dovrebbe fare ostruzionismo? Perché si sente "sconfitto" da tori, o per aiutarlo? Siamo sicuri che lo spirito con cui viene fatto ostruzionismo è per aiutare il compagno?

mercoledì 25 settembre 2013

Aikido e serietà



Bisognerebbe imparare a distinguere la serietà dall'atteggiamento serioso, perché sono due cose ben distinte.
La prima indica un prendere seriamente ciò che si fa, quindi con una certa centratura costante, mentre nella "periferia" l'atteggiamento è variabile. Una persona seria affronta la pratica con distacco in senso buono, senza darsi troppe aspettative e, quindi, delusioni. Attraverso questa rilassatezza migliora senza rendersene conto, affrontando tutto con sorriso e fiducia. Non prendetemi alla lettera, per sorriso intendo proprio uno stato d’animo di apertura, dove gli errori diventano un’opportunità per fare meglio. Non esiste, quindi, un obiettivo finale, ma un continuo stato di fiducia che consente di migliorarsi progressivamente.





La persona seriosa, invece, finge la serietà, e invece questo è solo un atteggiamento che lo rallenta. E’ tipico del maestrone di turno che si da arie da grande Guru, quando è chiarissimo ad un occhi più attenti che si tratta di una falsa personalità. Affronta tutto come una questione di massima importanza, eccessiva meticolosità, troppa enfasi, come se volesse fare tutto alla perfezione ma mancando il piacere stesso insito nella pratica. Mettendosi una faccia seria pensa di essere serio, e invece lo stesso fondatore "Ueshiba" insisteva sull'accogliere il "nemico" con un sorriso, indicando proprio questo principio di rilassatezza mentale e fisica. Dunque serio non significa serioso, ma consapevole, e, perché no, scherzoso e libero

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domenica 30 giugno 2013

L'obiettivo




All'inizio praticavo con l'obiettivo di imparare a difendermi, e di essere forte e figo. Credi che ci sia un mondo fuori che ti vuole fare a pezzi, e quindi cerchi qualcosa che prima faccia a pezzi lui.Poi, quando ho capito che non c'era nessuno da cui difendermi, ho cambiato obiettivo. Progredire nei gradi e diventare più "bravo" era il mio obiettivo, finché non ho compreso gradualmente che i gradi contano molto poco, per poi arrivare a nulla. Poi l'obiettivo è diventato la ricerca di un maestro migliore, una guida più autorevole e tecnicamente più preparata. Alla ricerca della perfezione tecnica e dell'emulazione viscerale, credevo di essere finalmente nella strada giusta e definitiva. Giusta per quel periodo lo era, ma non era definitiva.





Poi ho capito che non c'è nessuna perfezione tecnica standard, ed ero stufo di perfezionare all'infinito qualcosa che non sentivo come mio. Allora ho cercato qualche altro obiettivo, come avere più allievi o essere riconosciuto e approvato all'esterno. E allora eccomi a battere e ribattere ogni post su internet, cercare di mostrare che anche io esisto con la mia pratica, con la mia ricerca, con la mia comprensione. Dovevo essere visibile ad ogni stage interessante, sempre con l'obiettivo principale di migliorare, ma non ero libero dall'emotività e dalla preoccupazione di non farcela, di essere inferiore, di essere invisibile. Mi sentivo inferiore sempre a qualcuno, ma avevo la sensazione di progredire, di diventare più "bravo". Per progredire davvero quella sensazione deve annullarsi, perdendo la percezione di noi stessi e del "punto" in cui siamo.



Terminati tutti gli obiettivi, ho iniziato a praticare aikido.La mente non potendosi aggrappare a qualcosa ha liberato il corpo, che sceglie di andare oltre gli stili e le strategie definite. Fa solo quello che c'è da fare al momento, e prova divertimento, libero ormai dalla ricerca di un'obiettivo mentale e di qualcuno sopra o sotto di me. Credo però che bisogna passare dagli obiettivi prima di capire che questi non servono. Se si rimane intrappolati in uno di questi, l'aikido non potrà emergere del tutto, sarà sempre bloccato e frammentato. In sostanza la pratica senza scopo è l'unica via per migliorare, ma per arrivarci bisogna prima realizzare che gli scopi sono passeggeri.